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Life Vest Under Your Seat

Settembre 14 @ 00:00 - Settembre 21 @ 00:00

Mostra Life Vest Under Your Seat

Fabio Ricciardiello

Life Vest Under Your Seat

a cura di Giovanni Gardini

14-21 settembre 2019

Opening 14 settembre 2019 h18

Chiesa di Santa Maria dell’Angelo, ingresso via Barbavara, Faenza

 

 

VIGILI FERITE
di Giovanni Gardini

«O vigili ferite!
Son bocche? Sono occhi?
Sian bocche, siano occhi,
Ogni parte che sanguina provvede a qualche parte.
Ecco! Una bocca le cui labbra in fiore
A troppo alto prezzo sono rose».
Cristina Campo

Ci sono immagini che non si possono dimenticare, tale è lo sconcerto che esse provocano. Il Cristo crocifisso dipinto da Matthias Grünewald per l’Altare di Isenheim con la sua tragica corona di spine – spessa e irta foresta – che incessantemente lo umilia e gli tormenta il capo fino a lacerargli la carne ormai livida, è una di queste. Un corpo piagato, che è abisso di perdizione, e una corona di spine, dove regalità e farsa appaiono inesorabilmente unite, assurgono, paradossalmente, a orizzonte dal quale partire per comprendere appieno la portata vitale delle opere di Fabio Ricciardiello, pena il loro totale fraintendimento. Solo apparentemente Ricciardiello mette in scena uno spettacolo lezioso e rassicurante, dai tenui toni pastello. In realtà, la posta in gioco è alta, per se stesso, innanzitutto, e per lo spettatore al quale chiede, discretamente, di seguirlo in un viaggio intenso, intimo, coraggioso. Quello della vita. L’espressione scelta come titolo Life vest under your seat – il giubbotto di salvataggio è posizionato sotto al vostro sedile – se ironicamente, e scaramanticamente, rimanda all’attesa euforica e carica di tensione prima del decollo è, invece, questione da prendere seriamente perché tutti abbiamo bisogno di salvezza e di qualcuno che ci dica dove cercarla. Ricciardiello semplicemente lo suggerisce attraverso alcune opere – corone di spine, cuori sacri, un Cristo fiorito -, che seppur ispirate alla tradizione iconografica cristiana da essa si affrancano attraverso una rilettura originale e personalissima. Quella stessa devozione popolare che lungo i secoli ha suggerito e generato forme e immagini per esprimere la propria tensione al trascendente e per dare voce a una parola di supplica o di ringraziamento affiora, laicamente, nel gesto artistico di Ricciardiello con garbo e partecipata commozione.
Tre corone di spine, poste una accanto all’altra, si offrono allo sguardo, indicibilmente delicate e fragili e se l’intreccio dei rami è fitto e gli aculei sono esageratamente lunghi e acuminati – in questo ricordano Grünewald – in esse non c’è più nulla di minaccioso. Nella poetica di Ricciardiello la corona di spine non è più strumento di derisione e umiliazione e se inevitabilmente emerge questa tensione drammatica, il senso ultimo dell’opera immediatamente la supera perché non è la morte la parola definitiva, bensì la vita. Ed ecco, il miracolo: minuscole rose sbocciano dall’intrico vegetale, i ramoscelli aguzzi si rivestono di eleganti trine e su di essi si posano impalpabili farfalle prima di riprendere il loro silenzioso volo.
Attraverso tre enormi cuori sacri, smisurati ex voto, la riflessione dello spirito si fa, se possibile, ancora più profonda e la decorazione, che nelle corone di spine affiorava timidamente, qui esplode in tutta la sua sovrabbondanza. Le superfici, infatti, in una sorta d’ineluttabile horror vacui sono di volta in volta interamente rivestite di esuberanti e carnosi fiori che rimandano a stordenti profumi, di morbidissimi merletti, che verrebbe quasi voglia di accarezzare, o di farfalle. Le farfalle, le cui ali paiono petali e ad avvicinarsi troppo danno l’impressione che possano, da un momento all’altro, spiccare dolcemente il volo e disperdersi nell’aria, riempiendo il cielo con la loro aggraziata presenza e delicato colore. Due di loro, quasi a dire che tutto questo potrebbe davvero essere possibile, si sono posate sulla fiamma dell’amore divino come a nutrirsi dell’eterno nettare celeste.
E poi c’è il Cristo fiorito, sul quale posare più intensamente lo sguardo e davanti al quale sostare in silenzio, il cui corpo – non più smisuratamente percosso e devastato – è terra benedetta e feconda, giardino di Eden le cui porte sono state misericordiosamente riaperte e nel quale l’uomo può tornare a posare il suo piede incerto. È lui l’albero della vita, il frutto più prezioso del quale nutrirsi, e le sue piaghe portatrici di guarigione – per le sue piaghe noi siamo stati guariti, aveva annunciato il profeta Isaia – ci vengono incontro come fragranza odorosa che consola, balsamo per l’anima.

 

 

Fabio Ricciardiello, LIFE VEST UNDER YOUR SEAT
Commento critico di Azzurra Immediato

Entrando nell’antica cappella di Santa Maria dell’Angelo a Faenza, luogo che più non ospita sacre celebrazioni, lo sguardo sarà rapito dalla diarchia messa in scena da Life Vest Under Your Seat di Fabio Ricciardiello. Una mostra certamente, ma non solo, piuttosto una riflessione profonda che si lascia scoprire quale dialogo con lo spazio che abita, al culmine di una residenza artistica affidata alla ricerca sulla materia – la ceramica – con cui, l’artista, ha saputo tessere una trama narrativa sospinta dalla valenza di un idioma simbolico, archetipico, emblematicamente ed umanamente divino. Le opere, Cuori Sacri, Corone di spine ed un Cristo tra i fiori, emergono nel silenzio della cappella in foggia di elementi spirituali e filosofici di un linguaggio indubbio, dal gradiente catartico, salvifico, il cui lessico è latore di gioia. Fabio Ricciardiello, ha scelto di intraprendere un percorso inverso, ancestrale, ove la mise en scène è il disvelamento, è tensione verso una bellezza non ideale ma reale, frutto di un percorso umano ed universale, nel quale, tuttavia, alla sofferenza segue la fioritura o la presenza di leggiadre farfalle, allegoria di una vanitas che non è più memento mori, bensì, memento vitae.
L’artista partenopeo, nella sua ventennale carriera milanese di fotografo e designer di moda, ha deciso di riprendere le fila di un itinerario estetico scultoreo, attenuatosi dopo la formazione in Accademia, affidando al dettaglio il ruolo principe della sua eclettica grammatica. Una visione, la sua, che giunge dalla fotografia, una osservazione che traspone, nel dettaglio reale, tangibile, quella bidimensionalità che, per anni ha assegnato solo alla pellicola e che, al contrario, oggi, emerge nello spazio, con voluttà della materia. Quest’ultima, tuttavia, è trattata in modo peculiare, secondo una sperimentazione unica, sapiente e magistrale che alleggerisce la ceramica rendendola impalpabilmente leggera, un surreale tulle che si lega alla tradizione delle porcellane di Capodimonte e, forse, in modo inconscio, alla alchimia scultorea del barocco napoletano od alla scrittura di luci ed ombre traslata dal medium fotografico. In tal senso, il dettaglio che Ricciardiello svela, diviene quid di una intera poetica artistica e, in Life Vest Under Your Seat, la materia è protagonista, l’attenzione al dato percettivo, al passaggio dalla rappresentazione all’incarnazione che propone un’ontologia ex post.
L’artista si muove nella dimensione dell’enigma iconico, accogliendone il silenzio contemplativo cui, però, è sottesa un’intensa tensione emotiva, evocata da una epifanica liberazione; i simboli del dolore sono sostituiti da catartiche fioriture o da delicate farfalle, al posto di spine e ferite; al potere della sofferenza, dunque, Ricciardiello, contrappone la poesia della bellezza, della vita, derivante dalla plasmazione dell’argilla, su cui è proiettato il valore di una conquista – tecnica, ma anche gnoseologica – .
L’icona non distrae, è oggetto di riflessione e custode di memoria, accoglie ed abbraccia il mondo attraverso la pulsione della ceramica, alla quale, Ricciardiello, ha offerto saggezza, inusitata identità. Al rebus plastico fa da contraltare quello intellettivo, leggibile nel titolo, straniante, sorprendente ed inatteso; in Life Vest Under Your Seat – ‘Il giubbotto di salvataggio è posizionato sotto il vostro sedile’ – il velo dell’arte è, finalmente, sollevato. La frase, suggerita ai passeggeri in volo, assume qui il ruolo di varco cognitivo e speculativo: la soluzione è spesso sotto i nostri occhi, come il potere salvifico della gioia.
Ogni scultura presente in mostra, così come l’unico scatto fotografico scelto – fil rouge tra gli idiomi dell’artista ma anche imago dello sfondamento dello spazio precostituito – è un varco, è una generosa offerta dell’artista che invita a ‘pensare attraverso i suoi occhi’, secondo i segni di una epitome che commuove, sorprende, apre, all’oscurità del nostro sguardo, una drammaturgia da cui intraprendere nuove strade, in cui pars costruens e pars destruens si fondono, in maniera stupente, determinando una cosmogonia immaginifica, ove il simbolo è inteso come fenomeno di qualcosa che, Fabio Ricciardiello, ha reso puro, umanamente sacrale ed altrimenti inenarrabile.

 

Dettagli

Inizio:
Settembre 14 @ 00:00
Fine:
Settembre 21 @ 00:00
Categoria Evento:

Organizzatore

Museo diocesano di arte sacra

Luogo

Chiesa di Santa Maria dell’Angelo, Faenza